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30 de novembro

Perchè pregare...

Pregare ovvero essere precari

 di Salvatore Mannuzzu

 

La preghiera appartiene alla categoria del desiderio. Come ogni desiderio ha per oggetto qualcosa di cui siamo privi o non abbiamo abbastanza. Qualcosa che rimane fuori di noi, altro da noi, e che ci manca: rispetto a quel bene desiderato – il più grande di tutti – la nostra è una condizione di privazione, di povertà, di fragilità.

Così la radice della parola 'preghiera' è la stessa della parola 'precario'. Precarius, in latino significa: 'ottenuto per favore', 'dipendente dalla volontà altrui'; in senso traslato, 'incerto', 'malsicuro', 'precario' appunto. Preghiamo perché avvertiamo la precarietà della nostra condizione; perché ci sentiamo vacillanti, sospesi nel vuoto, nel buio; perché la vita ci viene meno e insieme ci stringe alla gola; perché siamo privi di amore: di quell’amore che ci pare conti più d’ogni altro. Privi di amore pur avendo un terribile bisogno di amore, di vita e di luce. Preghiamo perché ci sentiamo insensati: pur avendo un terribile bisogno di senso.

 Un terribile desiderio dell’amore, della vita, della luce e del senso che non abbiamo in noi: che sono altro da noi. Pregare significa rivolgersi a quell’Amore, a quella Vita, a quella Luce, a quel Senso: a quell’Altro. Ma Amore, Vita, Luce, Senso e Altro ho dovuto scriverli con l’iniziale maiuscola: perché? Perché noi non desideriamo un amore qualsiasi, una luce qualsiasi, una vita qualsiasi, un senso qualsiasi: li abbiamo già; e non ci bastano.
  Che desideriamo, allora? Desideriamo Qualcosa o Qualcuno – ancora le maiuscole – che non sia precario, come noi e come tutto nella realtà naturale. Qualcosa o Qualcuno che anzi ci liberi dalla nostra precarietà e dalla nostra insensatezza. Per sempre: non mancandoci mai.

Qualcosa e Qualcuno fuori dalla relatività e dalle sofferenze della realtà naturale. Qualcosa e Qualcuno che non abbia i nostri limiti, che sia Assoluto. E che – essendo anche Amore – sia buono e misericordioso senza limiti: altrimenti non ci soccorrerebbe. Infinitamente buono e infinitamente misericordioso: altrimenti si stancherebbe di noi. Si stancherebbe di noi che inevitabilmente ci comportiamo in modo da deludere e stancare di noi chiunque ci si accosti.

Desideriamo Qualcuno che – essendo Amore – sia disposto a perdonarci infinite volte.

Qualcuno che ci sia Padre e Madre insieme; e che in quanto Padre e Madre ci sia Guida. A quel Qualcuno gli umani d’ogni luogo guardano da sempre. A quel Qualcuno che pure non hanno mai visto e quasi non conoscono se non col desiderio, a quel Qualcuno che sta al di sopra d’ogni loro comprensione e immaginazione, a Lui avvolto nel suo Mistero, gli umani dicono parole stentate e universali, dal fondo della loro miseria: e da ogni tratto – il più antico e il più nuovo – della loro lunga storia; da ogni latitudine del loro vasto e incomprensibile pianeta.

Cercano Lui gli umani, sentendo che il senso del mondo è fuori del mondo (e proprio in questo loro sentimento sta ogni preghiera, secondo Ludwig Wittgenstein). A Lui gli umani si rivolgono, dando ragione al Figlio dell’uomo Gesù che la notte prima della sua morte di croce indicava nella preghiera la risposta capitale e unica alla debolezza universale della carne; e insegnava a chiamare Padre – Abbà – l’Amore, la Vita, la Luce, il Senso Assoluto che pregando si invoca.

Questo desiderio d’un legame, addirittura d’un legame parentale, con Chi davvero conta, con Chi davvero salva, questa religione (re-ligare) è da sempre il cuore della vita umana, della storia umana. Da sempre, dovunque: commuovono non meno delle parole dei grandi profeti biblici i bastoni piantati a terra, nel Madagascar, appena fuori d’ogni casa, verso la direzione del sorgere del sole, in una muta domanda; o i mucchi di pietre che nelle terre degli Zulù crescono giacché ogni passante aggiunge la sua pietra per dire: 'Dio, aiutami'.

Re-ligione: legame, rapporto tra ciascuno di noi – tra me – e quest’Altro, di cui ho un fatale bisogno, nella mia incompletezza e nella mia debolezza. Occorre dunque che io mi convinca che al di là del mio limite – del limite che tanto mi angoscia della persona che porta il mio nome ed ha vissuto tutta la mia storia – esiste questo sconosciuto Altro. E dunque occorre che io dal mio limite mi metta ad ascoltarlo: in silenzio.

Verrà? Parlerà? In silenzio – perché nulla copra la sua voce, che può essere più fievole d’un sussurro – lo aspetto. E la preghiera è questo silenzio che gli dedico, questa attesa di Lui. Ha ragione chi sottolinea l’etimologia del verbo attendere. Ad-tendere: tendere a qualcosa che sta fuori di me: a quel Bene desiderato, distante da me.

Quanto distante? La distanza è immensa e insieme inesistente. Immensa perché Lui, illimitato, trascendente, è infinitamente diverso dal mio limite umiliato. Inesistente perché Lui è immenso e quindi è dovunque, anche dentro di me; e il suo infinito amore – Lui è più che altro amore infinito – creandomi ha voluto che questo mio limite serbasse qualcosa della sua immagine. Una sura del Corano dice: «Allah ti sta più vicino della tua vena giugulare».

Ma questo Dio, così lontano e così vicino, si manifesterà? mi parlerà? E come mi parlerà?

Dio si manifesta e parla in molti modi. Però i suoi tempi non sono i nostri tempi, il suo linguaggio non è il nostro linguaggio, i suoi segni non sono i nostri segni. A noi spettano la fatica di riconoscerli e la pazienza estenuante dell’attesa; fatica e pazienza che con l’aiuto di Dio possono diventare anche amorose – almeno talvolta.

E io intanto cosa dico a Dio? Succede che spesso gli chiedo qualcosa. Qualcosa per me o per altri; più per altri che per me, magari. Gli chiedo una grazia; ma farei meglio a chiedergli la sua grazia: perché in realtà io non so di cosa ho bisogno, o di cosa gli altri hanno bisogno; mentre l’unica cosa di cui tutti abbiamo davvero bisogno – tanto che senza siamo perduti e ci manca la vita – è la sua grazia.

Una preghiera estrema di domanda è quella che nel rivolgersi a Dio giunge fino a lottare con Lui. La Bibbia offre grandi esempi di una tale lotta con Dio, da Giobbe a Maria Vergine; la quale talvolta tiene testa al figlio e, umile e ostinata, col figlio riesce persino ad averla vinta: alle nozze di Cana. Uno dei possibili approcci a Dio è stringerlo con la forza del nostro desiderio, chiedendogli conto di ciò che non capiamo di Lui – con tutta l’umiltà dovuta.

Ma si tratta d’una preghiera difficile, giacché non deve mai perdere di vista, nemmeno per un attimo, la misura divina dell’interlocutore e la nostra sottomessa misura umana.

Altre volte – meno spesso – la nostra è una preghiera di ringraziamento. Al centro della religione cristiana, del culto cristiano sta l’eucaristia: ed eucaristia è una parola greca che significa appunto ringraziamento. Ma ha ragione la liturgia israelita che insegna a ringraziare Dio della stessa gratitudine provata da noi. La realtà è che ogni nostra cosa capace di senso positivo la dobbiamo a Lui, è sua: senza di Lui nessuna buona intenzione ci visiterebbe, senza di Lui non compiremmo alcuna buona azione. È questa allora la qualità principale d’ogni preghiera che viene alle nostre labbra o alla nostra mente: appartenergli, essere dettata da Lui. Proprio come sono suoi la carne e il sangue, l’anima e la divinità in cui Lui trasforma per noi, quotidianamente, il nostro pane e il nostro vino.
 

C
redo anche sia vero ciò che m’hanno insegnato da bambino: qualsiasi momento della mia vita che dedico a Lui è preghiera. Tanto più se si tratta d’una sofferenza: d’una delle prove che Lui ci manda per farci sbattere il viso sulla nostra vita senza scampo; e che sono il suo modo preferito d’aiutarci, di dividere con noi la croce perché noi dividiamo con Lui la resurrezione. La preghiera vale di più se è un servizio fatto ad altri, che ci costi qualcosa. Ancora di più se questi altri sono gli affamati, gli assetati, i forestieri, i nudi, i malati, i carcerati: i nostri fratelli più piccoli di cui il Vangelo parla spiegando che qualsiasi atto di carità fatto a loro è fatto a Lui, a Dio.

Ma se in qualche modo riesco a parlargli, se insisto nella preghiera, Dio che fa? che mi fa?

Mi risponde? Dio risponde sempre. Anzi è Lui che sempre ci chiama e ci parla per primo, e ogni nostra preghiera – ogni preghiera – viene solo dopo. Dio ci parla e ci risponde sempre: ma in modi che a volte – o spesso, o sempre – ci riesce difficile capire. Come Gesù insegnava, quando da figli chiediamo a Dio un pane Lui non ci dà una pietra. Ma Lui sa – e noi non sappiamo – qual è il pane che va bene per noi.

Può essere un pane molto diverso da quello che gli abbiamo domandato – talvolta un pane assai duro da masticare.

E non poche volte Dio ascoltando la nostra preghiera rimane in silenzio: come se non ci fosse, come se non esistesse. Inutilmente lo chiamiamo, ci lamentiamo, piangiamo – a lungo: anche per una parte non piccola della nostra vita. Ma questo suo silenzio, questa sua apparente assenza, è uno dei modi della sua presenza: uno dei suoi modi di darci una risposta amorosa. E la nostra pazienza deve tenerne conto. Deve diventare una pazienza a sua volta amorosa: instancabilmente.


U
na delle più importanti lezioni sulla preghiera viene a me da san Paolo.

Lettera ai Romani 8, 23-27: l’intera creazione – non solo il mondo umano ma anche quello degli animali e quello delle cose – vive nell’attesa 'di essere liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio'. In particolare noi umani 'gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli'. E questi gemiti sono la nostra preghiera: perché in realtà 'nemmeno sappiamo cosa sia conveniente domandare'. Questi gemiti e la speranza 'di ciò che [adesso] non vediamo'. Mai dobbiamo dimenticare che 'nemmeno sappiamo cosa sia conveniente domandare': solo così la nostra preghiera acquista il senso giusto; ci mantiene vivi nella difficile speranza di cose il cui splendore non è percepito dai nostri occhi: e ci aiuta a interpretare le risposte di Dio, a metterci interamente nelle sue mani.

Perché intanto, continua san Paolo, lo Spirito di Dio che abita in noi, lo Spirito Santo grazie al quale la speranza non ci abbandona, si è unito alla nostra preghiera; e anche le sue parole, le sue insistenti parole, echeggiano dentro le nostre anime come 'gemiti inesprimibili'. Ogni invocazione rivolta a Dio non può avere per noi altro suono: ma lo Spirito Santo dà senso ai nostri gemiti, li porta dentro la volontà di Dio.

La preghiera dunque è un viaggio che può durare quanto la vita. Un viaggio che all’inizio ci porta a uscire da noi, alla ricerca dell’Altro, alla ricerca del Senso di tutto: del senso del mondo che è fuori dal mondo. Ma così il senso del mondo e di tutto diventa anche il nostro senso; e noi ci ritroviamo dentro di noi, nella nostra profondità vera e sconosciuta: imparando che non esiste altro modo per essere veramente chi siamo. (Devo questa riflessione alla rilettura del Libro delle preghiere curato da Enzo Bianchi per Einaudi).
Desideriamo Qualcuno che essendo Amore sia disposto a perdonarci infinite volte. Qualcuno che ci sia Padre e Madre insieme; e che in quanto Padre e Madre ci sia Guida. A quel Qualcuno gli umani d’ogni luogo guardano da sempre.

A quel Qualcuno che pure non hanno mai visto e quasi non conoscono se non col desiderio, gli umani dicono parole stentate e universali, dal fondo della loro miseria Questo desiderio d’un legame con Chi davvero conta, con Chi davvero salva, questa religione (re-ligare) è da sempre il cuore della vita umana, della storia umana. Da sempre, dovunque: commuovono non meno delle parole dei grandi profeti biblici i bastoni piantati a terra, nel Madagascar, appena fuori d’ogni casa, verso la direzione del sorgere del sole, in una muta domanda; o i mucchi di pietre che nelle terre degli Zulù crescono giacché ogni passante aggiunge la sua pietra per dire: Dio, aiutami La preghiera dunque è un viaggio che può durare quanto la vita.

Un viaggio che all’inizio ci porta a uscire da noi, alla ricerca dell’Altro, alla ricerca del Senso di tutto: del senso del mondo che è fuori dal mondo. Ma così il senso del mondo e di tutto diventa anche il nostro senso; e noi ci ritroviamo dentro di noi, nella nostra profondità vera e sconosciuta: imparando che non esiste altro modo per essere veramente chi siamo

18 de novembro

CI SONO IN GIRO AFFERMAZIONI TROPPO BANALI

 Che cosa vuol dire amare nel caso difficile di Eluana
 GIACOMO SAMEK LODOVICI,
 Avvenire 18/11/2008
 N
oi che siamo tremendamente addolorati per la fine atroce (una morte per fame e per sete) che aspetta Eluana siamo accusati di essere crudeli e sadici, mentre la scelta di farla morire viene da molti considerata un’espressione di amore.
  Non mettiamo in dubbio la buona fede di chi ragiona in questi termini; tuttavia, chiediamoci: che cosa significa amare?
  Ovviamente l’amore ha una molteplicità di espressioni, ma (lo suggerisce già Aristotele) amare qualcuno è un po’ come dirgli «è bene
che tu sia, è meraviglioso che tu esista, gioisco perché tu sei». La prima forma di ogni amore consiste in una gioia perché chi amiamo vive, è un rendimento di grazie perché l’amato esiste. Precisiamo: amare non significa volere che l’altro esista come conseguenza del fatto che l’altro ci procura gioia, bensì vuol dire volere e insieme gioire per la sua esistenza. Far morire qualcuno, anche se a richiesta (tra l’altro presunta nel caso di Eluana), significa dire «non è bene che tu sia, non è meraviglioso che tu esista». Se qualcuno dice con anni di anticipo o grida (o sussurra) disperato nel presente: «io sono un peso per te» e/o «non vale la pena il mio vivere in questo stato», il vero amore risponde: «è bene che tu sia, è meraviglioso che tu esista anche se la tua condizione è dolorosa per te e/o gravosa per me». Chiedere di morire significa dire: «la mia esistenza non è (non sarà più) preziosa»; così far morire qualcuno (per esempio tramite l’azione con cui si toglie il sondino dell’alimentazione, oppure tramite l’omissione di chi non lo riattacca) equivale a dire a qualcuno: «è vero, tu non vali la pena, la tua esistenza in certe condizioni non è un bene che soverchi queste condizioni, non è prezioso che tu viva». In effetti, chi si occupa dei malati gravi sa che, quando chiedono di morire, quasi sempre lo fanno perché soffrono e perché si sentono soli. Ora, si noti bene, la sofferenza può essere quasi sempre molto lenita con le cure palliative. E la risposta alla solitudine non è far morire, bensì è l’affetto, è prendere per mano il malato, detergergli il sudore, guardarlo negli occhi anche se non risponde, stargli vicino: le invocazioni della morte esprimono la richiesta di non soffrire e una protesta contro la solitudine. Così, il desiderio di suicidarsi o la richiesta di eutanasia si manifestano, solitamente, quando una diagnosi infausta
viene comunicata e molto spesso tramontano se il malato viene assistito e confortato. Le suore straordinarie che accudiscono Eluana hanno scritto: «L’amore e la dedizione per Eluana» è ciò per cui 'affermiamo la nostra disponibilità a continuare a servire – oggi e in futuro – Eluana. Se c’è chi la considera morta, lasci che Eluana rimanga con noi che la sentiamo viva. Non chiediamo nulla in cambio, se non il silenzio e la libertà di amare e donarci a chi è debole, piccolo e povero'.
  Sono crudeli e sadiche? Come si può mai considerare la loro dedizione a Eluana una forma di accanimento terapeutico? E come può essere amore far morire Eluana di fame di sete? Lasciare che il suo corpo si consumi lentamente a causa della secchezza dei tessuti, della disidratazione delle pareti dello stomaco (che provoca spasmi) e delle vie respiratorie, mentre la pelle si ritira, gli occhi si incavano, la temperatura corporea aumenta per mancanza di sudorazione, il naso sanguina, le labbra e la lingua si spaccano: questo è amore? È vero, sono previste delle misure per attenuare (ma solo in parte) questi effetti: ma ciò cambia la sostanza?
17 de novembro

Avvenire, Domenica 16/11/2008

ANCHE A CHI COME «REPUBBLICA» VA DI SOLITO PESANTE
 All’improvviso moine e inchini Le parole vere fan paura

 DAVIDE RONDONI

H
anno paura della realtà e dunque delle parole. Preferiscono avvolgere di melassa e caramello le cose e le parole pur di non affrontarle. Nei commenti di questi giorni alla vicenda Eluana fa impressione vedere come certe parole, e dunque certe realtà che le parole indicano, siano per così dire occultate, nascoste come fa il prestigiatore coi suoi trucchi. Per non essere disturbati. Tutti così educati, in questo caso, così caramellosi e burocratici. Avvenne già quando ci han voluto convincere che un embrione in un bidone congelato è cosa diversa da quello che la nostra donna porta in pancia. Quello nel bidone è vietato chiamarlo ' figlio', come invece a tutti accade di fare quando dobbiamo indicare la presenza di quella ' cosa' nella pancia di una persona cara. Parola scandalosa, figlio. Da non usare. E ora non si possono usare espressioni che turbano il burocratico iter di morte, che, naturalmente, si compie in nome dell’amore. Così, impiastrati in un collante di buoni sentimenti, non importa più guardare e chiamare con il vero nome quello che può accadere coi timbri della legge e il plauso generale: la morte di una ragazza per disidratazione. Chi lo dice disturba i corifei del pensiero dominante. E chi disturba va fatto tacere o richiamato alle buone maniere. Come se fosse uno che dice spropositi. Ai poeti accade spesso, per questo forse ci faccio meno caso, e ne sorrido. Però...
  Permettete una piccola esemplificazione personale. Tre giorni fa su
Repubblica Adriano Sofri, plaudendo come la maggior parte degli esponenti del pensiero dominante alla sentenza che permette la soppressione della vita di Eluana Englaro, terminava il suo articolo citandomi, senza nome ma con benevolenza. E però diceva di aver sentito « un brivido » quando nel mio editoriale su questo giornale impiegavo l’espressione « toglierla di torno » riferita al destino che si vuole riservare alla vita misteriosamente presente di Eluana. Il pensatore della

 Repubblica
si chiedeva se m’era sfuggita e chiedeva di ritirarla. Ieri l’altro, ho inviato un pezzo a
 Repubblica
in cui spiegavo perché quell’espressione non m’era sfuggita e non intendo ritirarla, lasciandola come scandalo, per me stesso e per tutti. Il quotidiano di Ezio Mauro ha pensato di dedicare alla mia breve replica al lungo pezzo di Sofri lo spazietto di una lettera alla redazione. Pur condividendo e capendo il dolore di Beppino Englaro, posso non condividere la sua scelta. Mi dà i brividi pensare alla scelta di morte che ha voluto e mi dà i brividi vedere che strano giubilo la nostra cultura e la nostra società stanno riservando alla soppressione della vita di una che non sta dando fastidio a nessuno, che avrebbe chi la intende assistere, e che non sappiamo nemmeno realmente ora cosa vuole. Ma l’ex direttore di
 Lotta Continua
( un giornale che peraltro con le espressioni forti ha marciato parecchio) ora sente un brivido perché oso chiamare, con la violenza di chi soffre per quel che sta avvenendo, ' togliere di torno' il destino riservato da padre, mass media, corte di Cassazione ecc ecc a una ragazza che né la medicina né chi la sta accudendo considerano morta. E in due righe nella rubrica delle lettere mi liquida dicendo che di tutto, ma non di quella frase è disposto a discutere.
  Invece, è proprio di quello che occorre avere il coraggio intellettuale e di cuore di discutere.
  Il rispetto fatto di moine è la peggiore delle offese. La pietà non
si nutre di pietismo. In questa strana contesa non vince e non perde nessuno. I cristiani come me non hanno l’aspirazione di divenire pensiero dominante. Si sa che al primo referendum che lo vide opposto a Barabba, a Gesù non andò benissimo. Non ci sentiamo sconfitti, ma addolorati, è diverso.
  Per noi si tratta di testimoniare una cosa sentita e vissuta come vera: l’altro uomo ha un valore infinito.
  Anche quando non mi sembra. Il fare ricorso al sentimentalismo – a tratti con vere punte di patetismo – o a un tanto astratto e ambiguo valore assoluto dell’autodeterminazione, mostra l’impoverimento culturale e politico anche da parte di coloro che solo pochi anni fa, all’opposto, si appellavano al comunismo e ai valori condivisi. Come se non importasse più discutere se vale più la vita o la morte, ma quel che conta è scegliere. Ma è di per sé la scelta dell’individuo a conferire valore alla cosa o la libertà autentica sta nel riconoscere quel che meglio rispetta o serve la vita?
  Per autodeterminazione gli elettori tedeschi scelsero il nazismo e la soppressione delle razze deboli o minori. Ma a Repubblica hanno poca voglia di discutere.
17 de outubro

Alla tua Luce

Dove io vedo solo tramonti
Tu mi insegni che seguiranno albe
e mi doni la pazienza
di aspettare
nella lunga notte
mi sostieni nell'attesa
di vedere sorgere il nuovo giorno.
E' con Te che contemplo le stelle
solo Tu ne conosci i nomi, di ognuna
solo con Te io sento la loro voce
Attraverso di Te 
io riesco a vedere la luce nel mio buio
E le stelle, loro,
mi guidano a Te
perchè alla tua Luce, Signoe,
io veda la Luce.
 
(10/10/2008) 
14 de setembro

Colori, stati d'animo e salute...

GRIGIO FUORI E GIALLO DENTRO...
(Piove e c'ho la diarrea...)
sempre meglio che giallo fuori e grigio dentro...HAHAHA...
09 de setembro

Silence

Causa motivi infernali ritornerò su MSN tra un paio di settimane. Sono alle prese con Satanasso. (Ma che avete capito? Il diavolo è l'argomento della mia tesi...) Farò capolino di tanto in tanto sul blog. Se mi volete, lasciate un commento dopo il segnale acustico. BEEEEEEEEEEEEEEEEP

Napoli, Napoli, donna bella...

Meno male che ogni tanto devo prendere qualche libro in biblioteca... E così prendo aria, alzo il culo dalla sedia, varco la soglia della mia stanza e quella di casa.
 
Amo passeggiare per Napoli. Per le strade assolate e piene di gente, con le vetrine dei negozi che ti fanno l'occhiolino, i profumi dei cornetti caldi o dei taralli appena sfornati. Amo le strade che costeggiano il mare, quando c'è il sole ma soprattutto quando piove. Quando l'acqua freme e assale gli scogli fino a sfiorare la faccia, confondendosi con la pioggia. Amo il sapore del mare, che quasi si tocca, amo girare per via Chiatamone e vedere il mare in uno squarcio, tra due palazzi ottocenteschi. Amo camminare per le strade strette della mia città, dove la luce cede spazio all'ombra e la salsedine si trasforma in muschio, che ti penetra le narici e ti ricorda che è lì, a vegliare sulle pietre scure, umide, non asciugate nè accarezzate dal sole.
E la vedi, lì, sirena sdraiata sulle rive del Golfo, sirena violentata dai suoi stessi amanti, sirena bistrattata e abbandonata da chi diceva che la voleva aiutare. Le girano intorno, animale da circo, fenomeno da baraccone, interessante solo per l'interesse mediatico.
Ma lei ti intriga, seduce, confonde. Ti esalta e ti scaraventa per terra, ti prende con violenza e ti abbraccia con dolcezza. 
Napoli è una furia, e con la furia vuole essere trattata. La furia d'amore che ti fa accettare i difetti di chi ti ha strappato il cuore.
Napoli la devi vivere, la devi conoscere, la devi scoprire. E come una donna, la conoscerai fino in fondo solo dopo averci fatto all'amore. Ti conquisterà con le sue arterie sanguigne, rosse di fuoco. Con il suo sguardo languido, con la sua voce ammaliatrice, con il suo canto che intona secoli di storia e di bellezza. Con la sua pelle bruciata dal sole, ruvida, solcata da rughe infinite, ferite profonde che attendono il tuo bacio per cicatrizzarsi. 
Riuscirà, sicuramente, anche ad ingannarti. Potrà farti credere che non ne vale la pena, che è solo fumo, che sono vere le voci che girano su di lei, che hanno ragione le malelingue.
E se volterai le spalle, allora non l'avrai capita. La lascerai incompresa, desolata, abbandonata dal solito amante superficiale che si è fermato alla fugacità del suo corpo, si è accontentato di un'esperienza breve e forse è rimasto anche deluso.
Napoli è pronta a darti anche l'anima, ma solo se la saprai prendere e interpretare i suoi misteri.
Napoli, se la scolti bene, canta. Canta il suo tufo giallo e ti accompagna mentre sali per via Duomo; cantano i mattoni rossi che ti portano per via Chiaia, cantano le sue pietre mute che calpesti ogni giorno e ne ignori la voce, la vita, l'esistenza.
Napoli ti aspetta lì, sirena felice sulle rive del Golfo, protetta dal gigante Vesuvio, con le sue braccia spalancate per avvolgerti in un infinito abbraccio di passione.
03 de setembro

SENTINELLA, COSA RESTA DELLA NOTTE?

 
 
Dalle «Omelie su Ezechiele» di san Gregorio Magno, papa

«Figlio dell'uomo, ti ho posto per sentinella alla casa d'Israele» (Ez 3, 16). E' da notare che quando il Signore manda uno a predicare, lo chiama col nome di sentinella. La sentinella infatti sta sempre su un luogo elevato, per poter scorgere da lontano qualunque cosa stia per accadere. Chiunque è posto come sentinella del popolo deve stare in alto con la sua vita, per poter giovare con la sua preveggenza.
Come mi suonano dure queste parole che dico! Così parlando, ferisco m stesso, poiché né la mia lingua esercita come si conviene la predicazione, né la mia vita segue la lingua, anche quando questa fa quello che può.
Ora io non nego di essere colpevole, e vedo la mia lentezza e negligenza. Forse lo stesso riconoscimento della mia colpa mi otterrà perdono presso il giudice pietoso.

[...]

Che razza di sentinella sono dunque io, che invece di stare sulla montagna a lavorare, giaccio ancora nella valle della debolezza?
Però il creatore e redentore del genere umano ha la capacità di donare a me indegno l'elevatezza della vita e l'efficienza della lingua, perché, per suo amore, non risparmio me stesso nel parlare di Lui. 



20 de agosto

Amo perché amo, amo per amare

Dai «Discorsi sul Cantico dei Cantici» di san Bernardo, abate


L'amore è sufficiente per se stesso, piace per se stesso e in ragione di sé. È a se stesso merito e premio. L'amore non cerca ragioni, non cerca vantaggi all'infuori di sé. Il suo vantaggio sta nell'esistere. Amo perché amo, amo per amare. Grande cosa è l'amore se si rifà al suo principio, se ricondotto alla sua origine, se riportato alla sua sorgente. Di là sempre prende alimento per continuare a scorrere.
 
L'amore è il solo tra tutti i moti dell'anima, tra i sentimenti e gli affetti, con cui la creatura possa corrispondere al Creatore, anche se non alla pari; l'unico con il quale possa contraccambiare il prossimo e, in questo caso, certo alla pari. Quando Dio ama, altro non desidera che essere amato. Non per altro ama, se non per essere amato, sapendo che coloro che l'ameranno si beeranno di questo stesso amore. L'amore dello Sposo, anzi lo Sposo-amore cerca soltanto il ricambio dell'amore e la fedeltà. Sia perciò lecito all'amata di riamare. Perché la sposa, e la sposa dell'Amore non dovrebbe amare? Perché non dovrebbe essere amato l'Amore?

Giustamente, rinunziando a tutti gli altri suoi affetti, attende tutta e solo all'Amore, ella che nel ricambiare l'amore mira a uguagliarlo. Si obietterà, però, che, anche se la sposa si sarà tutta trasformata nell'Amore, non potrà mai raggiungere il livello della fonte perenne dell'amore. È certo che non potranno mai essere equiparati l'amante e l'Amore, l'anima e il Verbo, la sposa e lo Sposo, il Creatore e la creatura. La sorgente, infatti, da sempre molto più di quanto basti all'assetato.
Ma che importa tutto questo? Cesserà forse e svanirà del tutto il desiderio della sposa che attende il momento delle nozze, cesserà la brama di chi sospira, l'ardore di chi ama, la fiducia di chi pregusta, perché non è capace di correre alla pari con un gigante, gareggiare in dolcezza col miele, in mitezza con l'agnello, in candore con il giglio, in splendore con il sole, in carità con colui che è l'Amore? No certo. Sebbene infatti la creatura ami meno, perché è inferiore, se tuttavia ama con tutta se stessa, non le resta nulla da aggiungere. Nulla manca dove c'è tutto. Perciò per lei amare così è aver celebrato le nozze, poiché non può amare così ed essere poco amata. Il matrimonio completo e perfetto sta nel consenso dei due, a meno che uno dubiti che l'anima sia amata dal Verbo, e prima e di più.
07 de julho

Preghiera per la sera prima degli esami

Signore,
sono qui la sera prima dell'esame.
Se metto quello che ho fatto e quello che ho tralasciato,
come sempre davanti a Te non mi trovo.

Ho lavorato, come ho potuto,
forse da matricola inesperta,
forse ho perso tempo prezioso, ho dimenticato di dare spazio alla conoscenza dell'uomo,
forse ho smarrito la serenità affannandomi dietro cose marginali,
forse ho valutato il mio studio per quello che mi fa essere davanti agli altri e non davanti a Te.

Ora, sfinito e un po' sfiduciato,
mi sento di non aver del tutto completato, di aver potuto far meglio.

Eppure, in coscienza ho dato il massimo,
ha dato quello che potevo dare,
ho dato tutto
per Te, per Te solo.

Ho dato tutto anche la mia inesperienza, la mia difficoltà nello studio,
la mia scarsa volontà, ho capito che in futuro potrò dare di più,
ma stasera accogli il mio tutto di oggi.

E Tu, che sei fedele,
e doni in misura sovrabbondante e paghi l'operaio dell'ultima ora per amore
con la ricompensa della Tua grazia,
non lasciarmi mancare la luce e la forza del Tuo Spirito di sapienza, per incoraggiarmi nelle mie incertezze e per illuminarmi nelle mie mancanze.

Tu che sei il fine del mio studio,
siine anche la forza e la grazia. Amen.

10 de junho

DAL BLOG DI VALE...

GRAZIE MAMMA

Mia cara figlia,

da troppo tempo ormai ti vedo dibattere in uno stato di insoddisfazione che mortifica la tua vita e il tuo giusto desiderio di felicità. In ogni cosa che fai, nello studio, nel lavoro, negli affetti, aspiri ad una perfezione che costantemente si scontra con il tuo limite e la tua finitezza.  Quotidianamente tenti di sollevarti con fatica sugli speroni della tua autosufficienza e quotidianamente rovinosamente ricadi.

Penso sia giunto il momento di portarti un annuncio che può essere decisivo per la tua vita.

Sicuramente ho già avuto modo di dirti che Gesù è morto e risorto perché la tua vita, come la mia, come quella di ogni uomo, potesse realizzarsi in pienezza. Forse però mai mi è riuscito di esplicitare sino in fondo la portata di questa affermazione.

Il richiamo alla risurrezione ti rimanderà alla speranza che nutriamo nella vita oltre la morte. Questo pensiero, forse, ti farà nascere l’obbiezione: “ Che consolazione è mai il pensiero della vita eterna, quando io ora, qui, in questa vita soffro tanto?”. Hai ragione, figlia mia, troppo spesso per sfuggire alle difficoltà del presente ci rifugiamo nel pensiero di un futuro migliore. Non è questa la Buona Notizia che Gesù ci ha portato.

Con la sua morte e risurrezione Gesù ci ha detto: “ Io voglio che tu sia felice e realizzi pienamente la tua vita qui, ora, da subito! Liberamente ho scelto di donare la mia vita perché tutto ciò possa accadere. Tu forse chiederai – Cosa puoi realizzare con quelle braccia e quelle gambe inchiodate ad un legno? – Ebbene, guardami , che cosa leggi in questa mia impotenza? Non riesci a scorgervi la forza di un amore che ti ama così come sei, senza chiederti nulla in cambio? Si, io ti amo immensamente non perché sei buona, bella, intelligente, capace, no, ma solo e semplicemente perché sei tu. Tu, un capolavoro pensato e voluto dal mio amore, un capolavoro che rischia però di rovinarsi perché il mio avversario, il separatore, tenta, per invidia di strapparti alla mia mano. Penserai – Allora cosa aspetti ad eliminare questo avversario, sei Dio sì o no? – Sì, sono Dio, ma sono soprattutto un innamorato e come ogni vero innamorato rispetto la tua libertà e desidero che tu voglia liberamente ricambiare il mio amore. Che amore è mai quello che si impone sull’amato? Io non gioco con le armi subdole dell’inganno come il mio avversario! Adesso guarda di nuovo le mie braccia e le mie gambe inchiodate ad un legno, cominci a scorgervi il mio amore? E’ importante che tu inizi a riconoscere questo mio amore per poter accogliere quanto voglio dirti adesso. Permettimi di svelarti un segreto: quando ti ho pensata e voluta per amore ho fatto un progetto per la tua vita, che poi è il progetto di ogni innamorato, condividere la mia vita con te. Vuoi fare comunione con me, condividere la mia natura, diventare Dio insieme a me? Sì, è proprio questo che desidero per te, aspetto solo che tu dica il tuo sì. Ricorda però che sono un innamorato molto delicato e questo sì ti chiederò di ripeterlo ogni giorno perché tengo troppo alla tua libertà di amarmi. Affidami  ogni giorno i tuoi pensieri, i tuoi progetti, le tue azioni e insieme, vedrai, faremo cose grandi, ma soprattutto saremo felici. Sì, saremo felici, perché non sai quale felicità mi dai accogliendo il mio amore, non puoi neppure immaginarla, ma potrai sperimentarla, perché la mia felicità sarà la tua”.

Figlia mia, questo annuncio che io ho ricevuto un giorno ormai lontano ha cambiato completamente la mia vita. Il Signore ha mantenuto le sue promesse, tutte le volte che ho affidato la mia giornata a lui ho sperimentato che ci può essere e pace e felicità anche nella prova. Ho imparato quanto è importante essere in comunione con lui nell’eucaristia, quanto è dolce dialogare con lui nella preghiera,quale tesoro si nasconda  nell’ascolto della sua Parola. Tutto questo è frutto di lunghi anni di cammino, un cammino costellato anche di difficoltà, di ostacoli, in cui però il Signore non ha mai permesso che io disperassi, mi è sempre stato accanto, mi ha fatto sentire sempre la sua presenza e il suo amore.

Prego incessantemente il Signore perché questa possa diventare anche la tua esperienza.

Manuela

22 de maio

Essere giovani

"Essere giovani significa aver scoperto le cose che non passano col passare veloce degli anni. Se un giovane scopre i valori veri e grandi, allora non invecchia mai, anche se il corpo segue le sue leggi. Resta giovane sempre nel cuore e irradia giovinezza, cioè bontà" (Benedetto XVI)
06 de maio

"Ho trent'anni e sono incinta"... (Lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano)

 
 
Egregio Presidente,
sono incinta. Egregio Presidente, ho quasi trent'anni, ho un lavoro, sono sposata e sono incinta. Egregio Presidente, tra un paio di settimane abortirò!! Nonostante la mia non fosse una gravidanza programmata, l'aver scoperto di essere positiva al test mi ha dato un'emozione bruciante, una felicità incontenibile. L'idea di aver concepito un figlio con l'uomo che amo è qualcosa di così forte ed intimo che è impossibile da spiegare.

Ad ogni modo la mia gioia non ha visto la luce del giorno dopo. Ben presto la ragione, come spesso accade, ha preso il posto del cuore e mi ha schiaffeggiata forte, come si fa per scacciare in un colpo una forte sbronza.

La verità, mio caro Presidente, è che nonostante sia io che mio marito abbiamo un lavoro, un lavoro che ci impegna 6 giorni alla settimana e che abbiamo trovato dopo infiniti "lavoretti" che definire umilianti e sottopagati è dir poco; ebbene dopo tutto ciò, ad oggi le nostre entrate ammontano a circa 1.300 euro al mese.

Per trovare questo lavoro qualche anno fa ho rinunciato a portare a termine la mia carriera universitaria. Nonostante il profitto fosse elevato e la mia media superasse il 29, dissi addio ai miei studi e al mio praticantato da giornalista. Quest'ultima rinuncia fu per me la più dolorosa perché la verità è che, seppur i miei compiti di neofita fossero praticamente identici a quelli di un professionista, non ho mai riscosso neppure un centesimo dal quotidiano locale per il quale scrivevo. Il lavoro era splendido, ma non si può vivere solo di passione.
 
Ora però è diverso...!

Presidente, ora devo scegliere se essere egoista e portare a termine la mia gravidanza, sapendo di non poter garantire al mio piccolo neppure la mera sopravvivenza; oppure andare su quel lettino d' ospedale e lasciare che qualcuno risucchi il mio cuore spezzato dal mio utero sanguinante, dicendo addio a questo figlio che se ne andrà via per sempre!! Non importa se ce ne saranno altri dopo di lui... Il mio bimbo non tornerà più!! Non tornerà mai più!!!! Ma questa è la vita!! Giusto, Signor Presidente???

Si, questa è la vita!!! Qui non c'è nessuno che ti tende una mano, nessuno che ti aiuti quando hai veramente bisogno!! E per favore, mi risparmi banalità del tipo: "Dove si mangia in due, si mangia anche in tre!!".

Mi risparmi la retorica, perché è l'ultima cosa di cui ho bisogno. Sa benissimo anche Lei che se ad oggi, ad esempio, decidessi di adottare un figlio, nessun Ente mi accorderebbe mai il suo consenso. Nessun assistente sociale affiderebbe a me e a mio marito un bambino e questo perché i nostri introiti verrebbero considerati insufficienti al sostentamento di un'altra persona. Nessuno si sentirebbe di condannare quell'assistente sociale per una scelta di questo tipo, giusto?? Egli sarebbe considerato un professionista attento ai bisogni del minore. E allora mi chiedo e chiedo a chiunque sia pronto a dire che non si dovrebbe mai abortire, perché "se c'è l'amore c'è tutto", io chiedo a queste persone: "Ma hanno forse più necessità i bimbi adottivi rispetto a quelli biologici???"

Credo di no, Signor Presidente!! Credo proprio di no!!!!! Comunque è inutile arrovellarsi su dubbi e domande che non troveranno una risposta e che, già lo so, continueranno a tormentarmi e ad attanagliarmi l'anima per sempre!!!

Ma c'è una domanda, mio caro Presidente, a cui vorrei che Lei rispondesse: PERCHE', per il solo fatto di aver avuto la sfortuna di nascere in questo paese, un Paese che detesta i giovani, che ne ha già ucciso sogni e speranze e che ha già dato in pasto ai ratti le ceneri del loro futuro; ebbene perché per il solo fatto di esser nata qui, ho dovuto rinunciare prima alla mia ambizione a crearmi una carriera soddisfacente, e cosa infinitamente più drammatica, sono costretta adesso a rinunciare al mio DIRITTO ad essere MADRE?????????

(30 aprile 2008)
 
 
(Da La Repubblica)
 
MENO MALE CHE ALLA FINE HA CAMBIATO IDEA...

Purtroppo la vita mi mise di fronte ad una scelta. Mi ero innamorata e desideravo vivere insieme al mio compagno, quindi, o perseguivo la mia ambizione, che mi imponeva però di gravare ancora sulle spalle della mia famiglia, oppure spiccavo il volo e mi rimboccavo le maniche accettando qualsiasi tipo di occupazione che mi garantisse un reddito, dandomi la possibilità di coronare il mio sogno d'amore. Scelsi la seconda strada. Scelsi l'amore! Scelsi l'amore e glielo assicuro, Signor Presidente, non c'è stato un giorno, da allora, in cui io me ne sia pentita!!!

LIVE FAST

 
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C’è qualcosa di retorico e di drammatico in questa fotografia. La marca di abbigliamento che la propone è notoriamente provocatoria nelle scelte di marketing, non sono stupita, eppure questa immagine mi ha inchiodato più delle altre. Il limite valicato è sottile, ma per questo pericoloso. Comunicare che la nostra società fa tutto di corsa non è inedito, anzi come dicevo è persino retorico. Queste donne indaffaratissime, preda degli impegni scanditi da ritmi inumani, ci sono state descritte e rivendicate e denunciate in vari modi da anni. Non è dunque questo che mi blocca sulla pagina mentre sfoglio la rivista, mi blocca e mi inquieta. Passi che questa ragazzetta magrolina non sembri una mamma (ipocrita pensare al corpo della donna slegato dal suo processo fertile), e non lo dico per necessità di conformità realistica, ma perché l’immagine pubblicitaria rappresenta sempre un’icona e questa mi dice chiaramente che non c’è nessun rapporto tra il corpo della donna e il neonato che ha in braccio. Quello che mi spaventa è il modo in cui quella mamma ha cura di quel bambino. Faccio in fretta un’approssimativa pulizia del tuo corpicino, così in fretta che mentre lo faccio vado da qualche altra parte, con la testa e il corpo da qualche altra parte, perché pulirti è una cosa da sbrigare, una faccenda. Il fatto che questa donna abbia un bambino è un ingombro. E la soluzione trovata è l’evoluzione paradossale del caffè nel bicchiere di plastica (i bicchieroni col coperchio che puoi bere camminando e che hanno risparmiato la sosta al bar dei lavoratori). C’è un livellamento assoluto dei corpi, del loro significato e del loro legame. Non c’è il corpo che si incontra, che si illumina e definisce attraverso l’incontro con l’altro, prima durante e dopo la nascita. La maternità non è solo fare figli, è dare un significato di legame al mondo e agli uomini che lo abitano. Vedo drammaticamente molte ragazze che fanno bambini come scegliere un comodino o, appunto, un paio di jeans. Un figlio è una scelta, non una faccenda. Scegliere il rapporto con il corpo, il proprio e quello dell’altro, e il tempo per vivere questo rapporto. (Paola Turroni, www.culturacattolica.it)
08 de abril

Aforismi miei

Ognuno di noi è strano e tutti siamo normali nella nostra diversa stranezza.
 
La ragione non sta mai da una sola parte. A volte, però, non sta da nessuna.
 
(Domenico)
03 de abril

SANTA MARIA DEGLI ANGELI

incontrosmariadegliangeli

Profumo di pane

salato di gioia,

respiro avida.

nelle tue viuzze, o Assisi,

gente generosa

mi regala perle di sorrisi.

Con fatica salgo

scale pianeggianti.

E la basilica appare,

spazio infinito di eternità.

Musica silenziosa mi canta dentro

in arcobaleni di preghiere.

Nel silenzio sacro

la Porziuncola brilla,

piccola di spazio,

immensa di speranza.

Con Te, Francesco, intono

il mio nuovo canto d'amore

fresco come acqua canterina.

 

(Rosarita De Martino)

20 de março

COLLOCAZIONE PROVVISORIA

croce

"Nel duomo vecchio di Molfetta è riposto un grande crocifisso di terracotta. L'ha donato, qualche anno fa, uno scultore del luogo. Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l'ha addossato alla parete di un locale della sacrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta "Collocazione provvisoria". La scritta, che in un primo momento avevo scambiato come intitolazione dell'opera, mi è parsa provvidenzialmente ispirata, al punto che ho pregato il parroco di non rimuovere per nessuna ragione il crocifisso di lì, da quella parete nuda, da quella posizione precaria, con quel cartoncino ingiallito.


Collocazione provvisoria!

Penso che non ci sia formula migliore

per definire la croce:

la mia, la tua, non solo quella di Cristo.

 

Coraggio, allora, tu che soffri inchiodato su una carrozzella. Animo, tu che provi i rimorsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell'abbandono. Non ti disperare, madre dolcissima, che hai partorito un figlio focomelico. Non imprecare, sorella che ti vedi distruggere giorno dopo giorno dal male che non perdona.

 

Asciugati le lacrime, fratello che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non angosciarti, tu che per un tracollo improvviso vedi i tuoi beni pignorati, i tuoi progetti in frantumi, le tue fatiche distrutte. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Non abbatterti, fratello povero che non sei calcolato da nessuno, che non sei creduto dalla gente e che, invece di pane, sei costretto a ingoiare bocconi di amarezza. Non avvilirti, amico sfortunato, che nella vita hai visto partire tanti bastimenti, e tu sei rimasto sempre a terra.


Coraggio!

La tua croce,

anche se durasse tutta la vita,

è sempre
"Collocazione provvisoria".

 

Anche il Vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della croce. C'è una frase immensa che riassume la tragedia del creato al momento della morte di Cristo: "Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra". Forse è la frase più scura della Bibbia. Per me è una delle più luminose. Proprio per quelle riduzioni di orario che stringono, come due paletti invalicabili, il tempo in cui è concesso al buio di infierire sulla terra.

 

Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio.

Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane. Ecco le saracinesche che comprimono in spazi circoscritti tutti i rantoli della terra. Ecco le barriere entro cui si consumano tutte le agonie dei figli dell’uomo.

Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio.

 

Solo allora è consentita la sosta sul Golgota! Al di fuori di quell'orario, c'è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio. Coraggio allora, fratello che soffri. C'è anche per te una deposizione dalla croce. C'è anche per te una pietà sovrumana.


Ecco già una mano forata che schioda dal legno la tua. Ecco un volto amico,
intriso di sangue e coronato di spine, che sfiora con un bacio la tua fronte
febbricitante. Ecco un grembo dolcissimo di donna che ti avvolge di
tenerezza. Tra quelle braccia materne si svelerà, finalmente, tutto il
mistero di un dolore che ora ti sembra assurdo. Coraggio. Mancano pochi             
istanti alle tre del tuo pomeriggio! Tra poco, il buio cederà posto alla luce, la
terra riacquisterà i suoi colori verginali, e il sole della Pasqua irromperà
tra le nuvole in fuga. Un abbraccio! Auguri a ciascuno di voi! Buona Pasqua!"

 

† Don Tonino, Vescovo

Resurrezione

Cercando...

Cercavo, nella scatola dei ricordi, quelli materiali, che sono conservati sulla libreria, una lettera che mi ha inviato una mia amica otto anni fa. E' una lettera che mi ha aiutato molto. Sul recto ci sono alcune sue parole, il resoconto delle sue ultime avventure e gli auguri di Pasqua (17/04/00). Simona, questo è il nome della mia amica di Fossano (CN) che non sento da una vita, concludeva così: "perchè tu possa sempre guardare con speranza a tutto ciò che vivi!".
Sul verso, invece, ci sono alcune parole di don Tonino Bello, vescovo pugliese che ora è accanto al Padre.
Nella scatola, scavando in cerca della lettera, ho rivisto un sacco di cose. Lettere di amiche e amici, foto, cartoline, un mare di cartoline che ho comprato nei posti che ho visitato o dove ho vissuto, cartoline che non so se non ho mandato o le ho prese per ricordo. Biglietti d'auguri, biglietti d'incoraggiamento, corrispondenze con persone con cui - come Simona - per un motivo o per un altro ho perso i contatti.
Ho un'immensa voglia di scriverle una lettera, per ringraziarla. Perchè "Collocazione Provvisoria" mi ha aiutato molto. Rileggendo la sua lettera, riscopro anche le sue ultime parole, che non ricordavo. E ora più che mai mi sono di aiuto.
Non è facile guardare con speranza a quello che si vive. Ma tra un po' è Pasqua. Oggi inizia il triduo e la Passione porta alla Resurrezione. Basta solo affidarsi al Padre.
05 de março

Quello che non si dice perchè non si vuole dire

Salve. Non so se si è notato, ma ultimamente mi sto svegliando col pallino anti-aborto. Sono sempre stato pro-life. Sto cercando, ultimamente, di fare una campagna di responsabilizzazione ma soprattutto di informazione corretta, perchè in materia, e in particolare di metodi abortivi, i media italiani lasciano molto a desiderare. Non hanno mai detto chiaramente (o in verità non l'hanno mai detto, neanche velatamente), per esempio, che la Pillola RU 486 può portare alla morte. Non hanno neanche detto che in Inghilterra e negli Stati Uniti quitidiani pro-chioce, come il NY Times, stanno conducendo una campagna contro questa pillola. Che ne pensate? Ecco un articolo che riporta alcuni casi. Ciao