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IL MIO MONDO IN UN POST

Il mio posto nel mondo...

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November 30

Perchè pregare...

Pregare ovvero essere precari

 di Salvatore Mannuzzu

 

La preghiera appartiene alla categoria del desiderio. Come ogni desiderio ha per oggetto qualcosa di cui siamo privi o non abbiamo abbastanza. Qualcosa che rimane fuori di noi, altro da noi, e che ci manca: rispetto a quel bene desiderato – il più grande di tutti – la nostra è una condizione di privazione, di povertà, di fragilità.

Così la radice della parola 'preghiera' è la stessa della parola 'precario'. Precarius, in latino significa: 'ottenuto per favore', 'dipendente dalla volontà altrui'; in senso traslato, 'incerto', 'malsicuro', 'precario' appunto. Preghiamo perché avvertiamo la precarietà della nostra condizione; perché ci sentiamo vacillanti, sospesi nel vuoto, nel buio; perché la vita ci viene meno e insieme ci stringe alla gola; perché siamo privi di amore: di quell’amore che ci pare conti più d’ogni altro. Privi di amore pur avendo un terribile bisogno di amore, di vita e di luce. Preghiamo perché ci sentiamo insensati: pur avendo un terribile bisogno di senso.

 Un terribile desiderio dell’amore, della vita, della luce e del senso che non abbiamo in noi: che sono altro da noi. Pregare significa rivolgersi a quell’Amore, a quella Vita, a quella Luce, a quel Senso: a quell’Altro. Ma Amore, Vita, Luce, Senso e Altro ho dovuto scriverli con l’iniziale maiuscola: perché? Perché noi non desideriamo un amore qualsiasi, una luce qualsiasi, una vita qualsiasi, un senso qualsiasi: li abbiamo già; e non ci bastano.
  Che desideriamo, allora? Desideriamo Qualcosa o Qualcuno – ancora le maiuscole – che non sia precario, come noi e come tutto nella realtà naturale. Qualcosa o Qualcuno che anzi ci liberi dalla nostra precarietà e dalla nostra insensatezza. Per sempre: non mancandoci mai.

Qualcosa e Qualcuno fuori dalla relatività e dalle sofferenze della realtà naturale. Qualcosa e Qualcuno che non abbia i nostri limiti, che sia Assoluto. E che – essendo anche Amore – sia buono e misericordioso senza limiti: altrimenti non ci soccorrerebbe. Infinitamente buono e infinitamente misericordioso: altrimenti si stancherebbe di noi. Si stancherebbe di noi che inevitabilmente ci comportiamo in modo da deludere e stancare di noi chiunque ci si accosti.

Desideriamo Qualcuno che – essendo Amore – sia disposto a perdonarci infinite volte.

Qualcuno che ci sia Padre e Madre insieme; e che in quanto Padre e Madre ci sia Guida. A quel Qualcuno gli umani d’ogni luogo guardano da sempre. A quel Qualcuno che pure non hanno mai visto e quasi non conoscono se non col desiderio, a quel Qualcuno che sta al di sopra d’ogni loro comprensione e immaginazione, a Lui avvolto nel suo Mistero, gli umani dicono parole stentate e universali, dal fondo della loro miseria: e da ogni tratto – il più antico e il più nuovo – della loro lunga storia; da ogni latitudine del loro vasto e incomprensibile pianeta.

Cercano Lui gli umani, sentendo che il senso del mondo è fuori del mondo (e proprio in questo loro sentimento sta ogni preghiera, secondo Ludwig Wittgenstein). A Lui gli umani si rivolgono, dando ragione al Figlio dell’uomo Gesù che la notte prima della sua morte di croce indicava nella preghiera la risposta capitale e unica alla debolezza universale della carne; e insegnava a chiamare Padre – Abbà – l’Amore, la Vita, la Luce, il Senso Assoluto che pregando si invoca.

Questo desiderio d’un legame, addirittura d’un legame parentale, con Chi davvero conta, con Chi davvero salva, questa religione (re-ligare) è da sempre il cuore della vita umana, della storia umana. Da sempre, dovunque: commuovono non meno delle parole dei grandi profeti biblici i bastoni piantati a terra, nel Madagascar, appena fuori d’ogni casa, verso la direzione del sorgere del sole, in una muta domanda; o i mucchi di pietre che nelle terre degli Zulù crescono giacché ogni passante aggiunge la sua pietra per dire: 'Dio, aiutami'.

Re-ligione: legame, rapporto tra ciascuno di noi – tra me – e quest’Altro, di cui ho un fatale bisogno, nella mia incompletezza e nella mia debolezza. Occorre dunque che io mi convinca che al di là del mio limite – del limite che tanto mi angoscia della persona che porta il mio nome ed ha vissuto tutta la mia storia – esiste questo sconosciuto Altro. E dunque occorre che io dal mio limite mi metta ad ascoltarlo: in silenzio.

Verrà? Parlerà? In silenzio – perché nulla copra la sua voce, che può essere più fievole d’un sussurro – lo aspetto. E la preghiera è questo silenzio che gli dedico, questa attesa di Lui. Ha ragione chi sottolinea l’etimologia del verbo attendere. Ad-tendere: tendere a qualcosa che sta fuori di me: a quel Bene desiderato, distante da me.

Quanto distante? La distanza è immensa e insieme inesistente. Immensa perché Lui, illimitato, trascendente, è infinitamente diverso dal mio limite umiliato. Inesistente perché Lui è immenso e quindi è dovunque, anche dentro di me; e il suo infinito amore – Lui è più che altro amore infinito – creandomi ha voluto che questo mio limite serbasse qualcosa della sua immagine. Una sura del Corano dice: «Allah ti sta più vicino della tua vena giugulare».

Ma questo Dio, così lontano e così vicino, si manifesterà? mi parlerà? E come mi parlerà?

Dio si manifesta e parla in molti modi. Però i suoi tempi non sono i nostri tempi, il suo linguaggio non è il nostro linguaggio, i suoi segni non sono i nostri segni. A noi spettano la fatica di riconoscerli e la pazienza estenuante dell’attesa; fatica e pazienza che con l’aiuto di Dio possono diventare anche amorose – almeno talvolta.

E io intanto cosa dico a Dio? Succede che spesso gli chiedo qualcosa. Qualcosa per me o per altri; più per altri che per me, magari. Gli chiedo una grazia; ma farei meglio a chiedergli la sua grazia: perché in realtà io non so di cosa ho bisogno, o di cosa gli altri hanno bisogno; mentre l’unica cosa di cui tutti abbiamo davvero bisogno – tanto che senza siamo perduti e ci manca la vita – è la sua grazia.

Una preghiera estrema di domanda è quella che nel rivolgersi a Dio giunge fino a lottare con Lui. La Bibbia offre grandi esempi di una tale lotta con Dio, da Giobbe a Maria Vergine; la quale talvolta tiene testa al figlio e, umile e ostinata, col figlio riesce persino ad averla vinta: alle nozze di Cana. Uno dei possibili approcci a Dio è stringerlo con la forza del nostro desiderio, chiedendogli conto di ciò che non capiamo di Lui – con tutta l’umiltà dovuta.

Ma si tratta d’una preghiera difficile, giacché non deve mai perdere di vista, nemmeno per un attimo, la misura divina dell’interlocutore e la nostra sottomessa misura umana.

Altre volte – meno spesso – la nostra è una preghiera di ringraziamento. Al centro della religione cristiana, del culto cristiano sta l’eucaristia: ed eucaristia è una parola greca che significa appunto ringraziamento. Ma ha ragione la liturgia israelita che insegna a ringraziare Dio della stessa gratitudine provata da noi. La realtà è che ogni nostra cosa capace di senso positivo la dobbiamo a Lui, è sua: senza di Lui nessuna buona intenzione ci visiterebbe, senza di Lui non compiremmo alcuna buona azione. È questa allora la qualità principale d’ogni preghiera che viene alle nostre labbra o alla nostra mente: appartenergli, essere dettata da Lui. Proprio come sono suoi la carne e il sangue, l’anima e la divinità in cui Lui trasforma per noi, quotidianamente, il nostro pane e il nostro vino.
 

C
redo anche sia vero ciò che m’hanno insegnato da bambino: qualsiasi momento della mia vita che dedico a Lui è preghiera. Tanto più se si tratta d’una sofferenza: d’una delle prove che Lui ci manda per farci sbattere il viso sulla nostra vita senza scampo; e che sono il suo modo preferito d’aiutarci, di dividere con noi la croce perché noi dividiamo con Lui la resurrezione. La preghiera vale di più se è un servizio fatto ad altri, che ci costi qualcosa. Ancora di più se questi altri sono gli affamati, gli assetati, i forestieri, i nudi, i malati, i carcerati: i nostri fratelli più piccoli di cui il Vangelo parla spiegando che qualsiasi atto di carità fatto a loro è fatto a Lui, a Dio.

Ma se in qualche modo riesco a parlargli, se insisto nella preghiera, Dio che fa? che mi fa?

Mi risponde? Dio risponde sempre. Anzi è Lui che sempre ci chiama e ci parla per primo, e ogni nostra preghiera – ogni preghiera – viene solo dopo. Dio ci parla e ci risponde sempre: ma in modi che a volte – o spesso, o sempre – ci riesce difficile capire. Come Gesù insegnava, quando da figli chiediamo a Dio un pane Lui non ci dà una pietra. Ma Lui sa – e noi non sappiamo – qual è il pane che va bene per noi.

Può essere un pane molto diverso da quello che gli abbiamo domandato – talvolta un pane assai duro da masticare.

E non poche volte Dio ascoltando la nostra preghiera rimane in silenzio: come se non ci fosse, come se non esistesse. Inutilmente lo chiamiamo, ci lamentiamo, piangiamo – a lungo: anche per una parte non piccola della nostra vita. Ma questo suo silenzio, questa sua apparente assenza, è uno dei modi della sua presenza: uno dei suoi modi di darci una risposta amorosa. E la nostra pazienza deve tenerne conto. Deve diventare una pazienza a sua volta amorosa: instancabilmente.


U
na delle più importanti lezioni sulla preghiera viene a me da san Paolo.

Lettera ai Romani 8, 23-27: l’intera creazione – non solo il mondo umano ma anche quello degli animali e quello delle cose – vive nell’attesa 'di essere liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio'. In particolare noi umani 'gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli'. E questi gemiti sono la nostra preghiera: perché in realtà 'nemmeno sappiamo cosa sia conveniente domandare'. Questi gemiti e la speranza 'di ciò che [adesso] non vediamo'. Mai dobbiamo dimenticare che 'nemmeno sappiamo cosa sia conveniente domandare': solo così la nostra preghiera acquista il senso giusto; ci mantiene vivi nella difficile speranza di cose il cui splendore non è percepito dai nostri occhi: e ci aiuta a interpretare le risposte di Dio, a metterci interamente nelle sue mani.

Perché intanto, continua san Paolo, lo Spirito di Dio che abita in noi, lo Spirito Santo grazie al quale la speranza non ci abbandona, si è unito alla nostra preghiera; e anche le sue parole, le sue insistenti parole, echeggiano dentro le nostre anime come 'gemiti inesprimibili'. Ogni invocazione rivolta a Dio non può avere per noi altro suono: ma lo Spirito Santo dà senso ai nostri gemiti, li porta dentro la volontà di Dio.

La preghiera dunque è un viaggio che può durare quanto la vita. Un viaggio che all’inizio ci porta a uscire da noi, alla ricerca dell’Altro, alla ricerca del Senso di tutto: del senso del mondo che è fuori dal mondo. Ma così il senso del mondo e di tutto diventa anche il nostro senso; e noi ci ritroviamo dentro di noi, nella nostra profondità vera e sconosciuta: imparando che non esiste altro modo per essere veramente chi siamo. (Devo questa riflessione alla rilettura del Libro delle preghiere curato da Enzo Bianchi per Einaudi).
Desideriamo Qualcuno che essendo Amore sia disposto a perdonarci infinite volte. Qualcuno che ci sia Padre e Madre insieme; e che in quanto Padre e Madre ci sia Guida. A quel Qualcuno gli umani d’ogni luogo guardano da sempre.

A quel Qualcuno che pure non hanno mai visto e quasi non conoscono se non col desiderio, gli umani dicono parole stentate e universali, dal fondo della loro miseria Questo desiderio d’un legame con Chi davvero conta, con Chi davvero salva, questa religione (re-ligare) è da sempre il cuore della vita umana, della storia umana. Da sempre, dovunque: commuovono non meno delle parole dei grandi profeti biblici i bastoni piantati a terra, nel Madagascar, appena fuori d’ogni casa, verso la direzione del sorgere del sole, in una muta domanda; o i mucchi di pietre che nelle terre degli Zulù crescono giacché ogni passante aggiunge la sua pietra per dire: Dio, aiutami La preghiera dunque è un viaggio che può durare quanto la vita.

Un viaggio che all’inizio ci porta a uscire da noi, alla ricerca dell’Altro, alla ricerca del Senso di tutto: del senso del mondo che è fuori dal mondo. Ma così il senso del mondo e di tutto diventa anche il nostro senso; e noi ci ritroviamo dentro di noi, nella nostra profondità vera e sconosciuta: imparando che non esiste altro modo per essere veramente chi siamo

November 18

CI SONO IN GIRO AFFERMAZIONI TROPPO BANALI

 Che cosa vuol dire amare nel caso difficile di Eluana
 GIACOMO SAMEK LODOVICI,
 Avvenire 18/11/2008
 N
oi che siamo tremendamente addolorati per la fine atroce (una morte per fame e per sete) che aspetta Eluana siamo accusati di essere crudeli e sadici, mentre la scelta di farla morire viene da molti considerata un’espressione di amore.
  Non mettiamo in dubbio la buona fede di chi ragiona in questi termini; tuttavia, chiediamoci: che cosa significa amare?
  Ovviamente l’amore ha una molteplicità di espressioni, ma (lo suggerisce già Aristotele) amare qualcuno è un po’ come dirgli «è bene
che tu sia, è meraviglioso che tu esista, gioisco perché tu sei». La prima forma di ogni amore consiste in una gioia perché chi amiamo vive, è un rendimento di grazie perché l’amato esiste. Precisiamo: amare non significa volere che l’altro esista come conseguenza del fatto che l’altro ci procura gioia, bensì vuol dire volere e insieme gioire per la sua esistenza. Far morire qualcuno, anche se a richiesta (tra l’altro presunta nel caso di Eluana), significa dire «non è bene che tu sia, non è meraviglioso che tu esista». Se qualcuno dice con anni di anticipo o grida (o sussurra) disperato nel presente: «io sono un peso per te» e/o «non vale la pena il mio vivere in questo stato», il vero amore risponde: «è bene che tu sia, è meraviglioso che tu esista anche se la tua condizione è dolorosa per te e/o gravosa per me». Chiedere di morire significa dire: «la mia esistenza non è (non sarà più) preziosa»; così far morire qualcuno (per esempio tramite l’azione con cui si toglie il sondino dell’alimentazione, oppure tramite l’omissione di chi non lo riattacca) equivale a dire a qualcuno: «è vero, tu non vali la pena, la tua esistenza in certe condizioni non è un bene che soverchi queste condizioni, non è prezioso che tu viva». In effetti, chi si occupa dei malati gravi sa che, quando chiedono di morire, quasi sempre lo fanno perché soffrono e perché si sentono soli. Ora, si noti bene, la sofferenza può essere quasi sempre molto lenita con le cure palliative. E la risposta alla solitudine non è far morire, bensì è l’affetto, è prendere per mano il malato, detergergli il sudore, guardarlo negli occhi anche se non risponde, stargli vicino: le invocazioni della morte esprimono la richiesta di non soffrire e una protesta contro la solitudine. Così, il desiderio di suicidarsi o la richiesta di eutanasia si manifestano, solitamente, quando una diagnosi infausta
viene comunicata e molto spesso tramontano se il malato viene assistito e confortato. Le suore straordinarie che accudiscono Eluana hanno scritto: «L’amore e la dedizione per Eluana» è ciò per cui 'affermiamo la nostra disponibilità a continuare a servire – oggi e in futuro – Eluana. Se c’è chi la considera morta, lasci che Eluana rimanga con noi che la sentiamo viva. Non chiediamo nulla in cambio, se non il silenzio e la libertà di amare e donarci a chi è debole, piccolo e povero'.
  Sono crudeli e sadiche? Come si può mai considerare la loro dedizione a Eluana una forma di accanimento terapeutico? E come può essere amore far morire Eluana di fame di sete? Lasciare che il suo corpo si consumi lentamente a causa della secchezza dei tessuti, della disidratazione delle pareti dello stomaco (che provoca spasmi) e delle vie respiratorie, mentre la pelle si ritira, gli occhi si incavano, la temperatura corporea aumenta per mancanza di sudorazione, il naso sanguina, le labbra e la lingua si spaccano: questo è amore? È vero, sono previste delle misure per attenuare (ma solo in parte) questi effetti: ma ciò cambia la sostanza?
November 17

Avvenire, Domenica 16/11/2008

ANCHE A CHI COME «REPUBBLICA» VA DI SOLITO PESANTE
 All’improvviso moine e inchini Le parole vere fan paura

 DAVIDE RONDONI

H
anno paura della realtà e dunque delle parole. Preferiscono avvolgere di melassa e caramello le cose e le parole pur di non affrontarle. Nei commenti di questi giorni alla vicenda Eluana fa impressione vedere come certe parole, e dunque certe realtà che le parole indicano, siano per così dire occultate, nascoste come fa il prestigiatore coi suoi trucchi. Per non essere disturbati. Tutti così educati, in questo caso, così caramellosi e burocratici. Avvenne già quando ci han voluto convincere che un embrione in un bidone congelato è cosa diversa da quello che la nostra donna porta in pancia. Quello nel bidone è vietato chiamarlo ' figlio', come invece a tutti accade di fare quando dobbiamo indicare la presenza di quella ' cosa' nella pancia di una persona cara. Parola scandalosa, figlio. Da non usare. E ora non si possono usare espressioni che turbano il burocratico iter di morte, che, naturalmente, si compie in nome dell’amore. Così, impiastrati in un collante di buoni sentimenti, non importa più guardare e chiamare con il vero nome quello che può accadere coi timbri della legge e il plauso generale: la morte di una ragazza per disidratazione. Chi lo dice disturba i corifei del pensiero dominante. E chi disturba va fatto tacere o richiamato alle buone maniere. Come se fosse uno che dice spropositi. Ai poeti accade spesso, per questo forse ci faccio meno caso, e ne sorrido. Però...
  Permettete una piccola esemplificazione personale. Tre giorni fa su
Repubblica Adriano Sofri, plaudendo come la maggior parte degli esponenti del pensiero dominante alla sentenza che permette la soppressione della vita di Eluana Englaro, terminava il suo articolo citandomi, senza nome ma con benevolenza. E però diceva di aver sentito « un brivido » quando nel mio editoriale su questo giornale impiegavo l’espressione « toglierla di torno » riferita al destino che si vuole riservare alla vita misteriosamente presente di Eluana. Il pensatore della

 Repubblica
si chiedeva se m’era sfuggita e chiedeva di ritirarla. Ieri l’altro, ho inviato un pezzo a
 Repubblica
in cui spiegavo perché quell’espressione non m’era sfuggita e non intendo ritirarla, lasciandola come scandalo, per me stesso e per tutti. Il quotidiano di Ezio Mauro ha pensato di dedicare alla mia breve replica al lungo pezzo di Sofri lo spazietto di una lettera alla redazione. Pur condividendo e capendo il dolore di Beppino Englaro, posso non condividere la sua scelta. Mi dà i brividi pensare alla scelta di morte che ha voluto e mi dà i brividi vedere che strano giubilo la nostra cultura e la nostra società stanno riservando alla soppressione della vita di una che non sta dando fastidio a nessuno, che avrebbe chi la intende assistere, e che non sappiamo nemmeno realmente ora cosa vuole. Ma l’ex direttore di
 Lotta Continua
( un giornale che peraltro con le espressioni forti ha marciato parecchio) ora sente un brivido perché oso chiamare, con la violenza di chi soffre per quel che sta avvenendo, ' togliere di torno' il destino riservato da padre, mass media, corte di Cassazione ecc ecc a una ragazza che né la medicina né chi la sta accudendo considerano morta. E in due righe nella rubrica delle lettere mi liquida dicendo che di tutto, ma non di quella frase è disposto a discutere.
  Invece, è proprio di quello che occorre avere il coraggio intellettuale e di cuore di discutere.
  Il rispetto fatto di moine è la peggiore delle offese. La pietà non
si nutre di pietismo. In questa strana contesa non vince e non perde nessuno. I cristiani come me non hanno l’aspirazione di divenire pensiero dominante. Si sa che al primo referendum che lo vide opposto a Barabba, a Gesù non andò benissimo. Non ci sentiamo sconfitti, ma addolorati, è diverso.
  Per noi si tratta di testimoniare una cosa sentita e vissuta come vera: l’altro uomo ha un valore infinito.
  Anche quando non mi sembra. Il fare ricorso al sentimentalismo – a tratti con vere punte di patetismo – o a un tanto astratto e ambiguo valore assoluto dell’autodeterminazione, mostra l’impoverimento culturale e politico anche da parte di coloro che solo pochi anni fa, all’opposto, si appellavano al comunismo e ai valori condivisi. Come se non importasse più discutere se vale più la vita o la morte, ma quel che conta è scegliere. Ma è di per sé la scelta dell’individuo a conferire valore alla cosa o la libertà autentica sta nel riconoscere quel che meglio rispetta o serve la vita?
  Per autodeterminazione gli elettori tedeschi scelsero il nazismo e la soppressione delle razze deboli o minori. Ma a Repubblica hanno poca voglia di discutere.
October 17

Alla tua Luce

Dove io vedo solo tramonti
Tu mi insegni che seguiranno albe
e mi doni la pazienza
di aspettare
nella lunga notte
mi sostieni nell'attesa
di vedere sorgere il nuovo giorno.
E' con Te che contemplo le stelle
solo Tu ne conosci i nomi, di ognuna
solo con Te io sento la loro voce
Attraverso di Te 
io riesco a vedere la luce nel mio buio
E le stelle, loro,
mi guidano a Te
perchè alla tua Luce, Signoe,
io veda la Luce.
 
(10/10/2008) 
 

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